Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo

Nella cultura umanistica e rinascimentale, ma particolarmente in quella che si era venuta a formare dopo il Concilio di Trento, l’edificio di culto è posto, considerata anche la sua funzione, al vertice dell’architettura. Passarono diversi decenni (nel 1770) prima che don Felice Emanuele Dotta, parroco di Borgo d’Ale, decidesse, con l’Amministrazione comunale, di affidare a Bernardo Vittone il progetto della nuova parrocchiale. Verso la metà del 1700, la vecchia chiesa era diventata insufficiente per contenere tutti i fedeli del paese; parti di essa necessitavano di radicali interventi manutentivi e, non ultime, ragioni di ordine igienico-sanitario, dovute alle sepolture sotto il pavimento, imponevano con urgenza una loro soluzione.

L’architetto fu quindi scelto per redigere il progetto di un nuovo edificio che sarebbe dovuto sorgere, in parte sul preesistente e in parte su sedimi adiacenti inglobando anche il vecchio cimitero.

L’adozione dell’impianto centristico ossequiò sia i suggerimenti patristici (S. Ambrogio, S. Agostino) sia la funzionalità liturgica post-tridentina. Questa pianta non privilegia più un unico punto di vista, ne propone altri che si susseguono via via guidando l’occhio dello spettatore in un moto circolare che avvolge tutto il contorno dell’edificio.

La proposta progettuale del Vittone ha forti analogie con quelle di Rivarolo, Borgomasino e Grignasco.

Lo schema borgodalese, a geometria esagonale, racchiude un volume la cui superficie è contrappuntata da canonici elementi mutuati dalla grammatica architettonica vitruviana, posti però in relazione fra di loro con una sintassi rococò che li fa emergere dalla superficie in modo imperioso.

È la tematica della sperimentazione e dell’indagine formale vittoniana: cercare di rapportare in modi diversi la struttura primigenia ed essenziale di un edificio con l’andamento mistilineo o poligonale dei lati del perimetro planimetrico. La pianta è governata da una rigida simmetria distributiva dei vani laterali, tutti posizionati ad egual distanza dal centro e coperti da volte a semi-catino stuccate a foggia di conchiglia.

Nella soluzione luministica, che il progettista propone, emerge chiaramente il ruolo primario della luce.  Essa entra nel tempio dall’alto attraverso due percorsi: il primo, passando dalla lanterna, lambisce l’intradosso, per piovere in modo diffuso e dolce nello spazio sottostante; il secondo dai finestroni collocati all’imposta della cupola. I raggi filtrano all’interno solo attraverso sei aperture site nelle parti basali delle vele, ingentilite da altrettante coppie di putti inseriti entro ovali decorati.   Lo spazio risulta quindi modellato dai giochi chiaroscurali di un lumeggiare tenue, non violento. Le superfici interne sono lavorate con la perizia di un ebanista: l’ornato è finissimo, le linee sono sistematicamente spezzate. Quindi, in questo suo modellare poco ricorre a materiali nobili come il marmo perché difficilmente plasmabile. A questo preferisce materiali poveri come il mattone, l’intonaco, lo stucco che si prestano più facilmente ad assecondare i propri voleri d’artista che, al contempo, dona loro una nobiltà che intrinsecamente prima non possedevano.

I prospetti esterni sono in mattoni a vista, tranne che per quello dell’affaccio principale, che è intonacato. Le linee perimetrali esterne si contrappongono nel loro divenire, arrivando a presentare per lo stesso tratto, pur se su piani diversi, un’opposta curvatura. Così la parte bassa dell’area mediana del prospetto principale, che è sormontata da un timpano, è delimitata da un profilo convesso, mentre superiormente l’andamento è concavo.

Esternamente è da rimarcare la presenza di un campanile a pianta triangolare e di fattura borrominiana, a firma di Ignazio Giulio (l’ingegnere seguì anche tutti i lavori della chiesa perché, nel frattempo, il 19 ottobre del 1770, era venuto a mancare il Vittone), che nascendo dai muri perimetrali primeggia nella parte sud.

La chiesa nel tempo è stata oggetto di diverse opere manutentive. L’ultimo restauro, completo ed imponente, interamente finanziato dalla “Fondazione Piero Bongianino Onlus”, è giunto a compimento nel 2011, riportando il monumento allo splendore delle origini.

Gruppo “L’Archivi e ij Carti dël Borgh”